ANDIAMO SUL DIFFICILE

La danza dei linguaggi

Nelle vignette e nel fumetto, nella pubblicità e in tanti altri media di oggi accostiamo il linguaggio dell’immagine a quello verbale, non tanto perché ambedue trasmettono messaggi codificati attraverso dei “segni” specifici, ma anche perché tutti e due possono avere la funzione di informare (funzione descrittivo-documentaria o “denotativa”) e di alludere ad altre realtà (funzione poetico-espressiva o “connotativa”).

Il linguaggio verbale è il più potente dei linguaggi, ma a volte non basta.

Quando le possibilità dell’interlocutore sono limitate, quando si vuole trasmettere qualcosa con una grande efficacia, allora il linguaggio verbale ricorre al “parlare figurato”. Il linguaggio si colora di immagini, le parole perdono il loro usuale significato per assumerne un altro, un significato che ha un rapporto con quello originario basato soprattutto su associazione di idee. Il pensiero allora viene trasmesso attraverso immagini, accostamenti, figure che si formano spontaneamente, naturali e immediate nella mente creativa… del cartoonist.

Espressioni figurate

Se dico che “muoio di sete” o che sto “facendo passi da gigante”, oppure che ho visto qualcosa che “mangerei con gli occhi”, sto usando delle espressioni figurate.

 

Esercizio 1

Elencate tutte le espressioni figurate che conoscete e provate a trasformarle in immagini.

Le espressioni figurate compaiono normalmente oltre che nel linguaggio verbale anche, e molto spesso, in quello dominato dalle immagini, come quello del cartoon, del cinema, della pubblicità… C’è un’ “arte” che le ha studiate da tempo attentamente: la retorica. La retorica era definita anticamente (in modo molto sintetico) come l'arte di parlar bene o “arte del dire”, l’arte di persuadere. Studia il metodo di composizione dei discorsi, ossia come organizzare il linguaggio naturale secondo un criterio per il quale ad una proposizione segua una logica conclusione. Sotto questo aspetto essa è un metalinguaggio, cioè un linguaggio che serve per analizzare un altro linguaggio. E così abbiamo imparato una parola nuova. O la conoscevate?

In realtà, spesso, la parola “retorica” è associata ad un pensiero negativo: fare un discorso retorico significa fare un discorso di frasi fatte, luoghi comuni, richiami emotivi abusati da tempo, orpelli. Ma è altrettanto vero che, usati in maniera intelligente, i meccanismi della retorica si prestano a rendere molto vivace e creativo un linguaggio.

Lo sanno bene i comici, i cartoonist, i registi che pongono l’attenzione su un discorso in modo inusuale, fondando la propria efficacia su una specie di “sorpresa” (il mio coup de foudre) che corrisponde a qualcosa che il lettore e lo spettatore già conoscono: la suspense, ad esempio, è proprio quel meccanismo che genera attesa di un qualcosa che io intuisco, che immagino, che mi aspetto… e lo aspetto! con ansia. Aspettarsi qualcosa che non conosco non è suspense.

Basta la teoria?

Ora è chiaro, però, che la conoscenza della terminologia e la descrizione delle figure retoriche non sempre servono a chiarirci i parametri per applicarle efficacemente: sapere cos’è una “metafora” e come si può “costruire” non significa sapere con certezza quando e dove potrò usarla. Come al solito ci verrà incontro l’intuito, la creatività, l’immediatezza, la spudoratezza linguistico-iconica… noi stessi, così come siamo fatti, arricchiti dall’esperienza, dalla conoscenza, insomma.

Nella prossima puntata vedremo una serie di figure retoriche usate dai linguaggi dell’immagine.

Esercizio 2

Un po’ di brainstorming.

Avvicinate due oggetti molto diversi sul vostro tavolo e provate a costruire un collegamento tra di essi, un nesso, anche iperbolico che sia. Ora provate a costruirci sopra una vignetta o una strip.

RC